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Chiacchiere di bottega. Uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro

La cultura ebraica vista attraverso le sfaccettature delle sue varie forme d’espressione.

La cultura ebraica vista attraverso le sfaccettature delle sue varie forme d’espressione. Con Chiacchiere di bottega, lo scrittore americano di origini ebraiche Philip Roth, va alla ricerca, in un arco temporale tra il 1976 e il 1990, d’una prospettiva d’insieme e di un’anima comune. Tema centrale di ogni capitolo è il rapporto tra gli scrittori e l’Olocausto, gli scrittori e il potere, gli scrittori e i loro paesi d’origine. Chiacchiere di bottega inizia come saggio critico sulla letteratura ebraica più rappresentativa ed arriva a definirne – complice quell'eclettismo che pone a raffronto senza economia temi come amore, sesso, libertà, oppressione, religione, politica, contingente e trascendente – alcune delle più tipiche caratteristiche: libertà di pensiero, creatività, razionalità, anticonformismo, insofferenza a tanti tabù vecchi e nuovi, capacità di introspezione, forza di denuncia dell’arroganza e della stupidità del potere, diagnosi delle infinite ambiguità e contraddizioni della vita umana… Roth non trascura nemmeno di metterne in evidenza i limiti, per certi versi speculari: la sudditanza ai tanti cliché e paradossi, la “venerazione“ di tutto quanto è “tedesco”, il retaggio di quella ”impurità” più o meno ricorrente nello scrittore ebraico - assimilato o non - di possedere due anime e due culture, il suo smarrirsi di fronte all’inconoscibilità dell’assurdo, l’impotenza e il silenzio di fronte all’incombenza del destino… Tematiche di spessore, che presuppongono una certa familiarità con i testi di autori del calibro di Primo Levi, Aharon Appelfeld, Ivan Klima, Isaac Bashevis Singer, Milan Kundera, Edna O’Brien, Mary McCarthy, Bernard Malamud, Saul Bellow. Libro concettuale, provvisto di richiami di toccante sensibilità, come la stupenda parafrasi della legge mosaica della fedeltà e dell’obbedienza a Dio, sorta di testamento spirituale che potrebbe valere per tutti gli uomini, con la quale Saul Bellow, in “Lettera a Dio“, del 1964, fa dire al suo personaggio Moses Herzog: “Quanto ha faticato la mia mente per trovare un senso coerente. Non sono stato troppo bravo. Ma ho desiderato compiere la Tua inconoscibile volontà, prendendo sia Essa che Te, senza simboli. Ogni cosa al massimo grado di significato. Particolarmente se mi spogliava di me“.

«Chiacchiere di bottega : uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro» di Philip Roth, Einaudi.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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