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Stefano Bruzzi: la poetica della neve

Stefano Bruzzi è stato uno dei più sensibili interpreti dell'arte figurativa italiana del paesaggio.

Stefano Bruzzi (Piacenza, 1835-1911) è stato uno dei più sensibili interpreti dell'arte figurativa italiana del paesaggio. Legato all'esperienza figurativa dei macchiaioli, non è però prigioniero di un'omologazione artistica, avendo saputo sviluppare, nella ricerca del vero, canoni poetici assolutamente autonomi e personali, fino a sublimare in un'interpretazione del creato diventata anche riferimento e modello iconografico.

Alla poetica di Stefano Bruzzi è affidata una pastorale e un universo - nel suo senso primigenio di cosmo e quindi di bellezza - in via di estinzione, la dimensione rarefatta di un umanesimo oggi per noi del tutto dimenticato ma ancora carismaticamente autentico. Un programma artistico-personale ad un tempo estetico e morale, inequivocabile e necessario per colmare la distanza tra immaginario e reale, dove l'astrazione è assente, dove il simbolismo è un tutt'uno con la realtà raffigurata, dove l'intimismo non è orpello decadente ma prodotto pittorico automatico e genuino, dove la composizione non ha bisogno di riempitivi e accessori e la dilatazione prospettica è spesso sacrificata al preminente significato evocativo dell'immagine.
Un mondo popolare all'apparenza arcaico e gregario - dove la quotidianità è fatta di natura, uomini, animali e cose, ripresi in una staticità che testimonia al tatto la fatica della vita - deve il suo lento scorrere all'indifferenza dell'antico verso le temute potenzialità del progresso. La sua pittura commuove per i sentimenti materni a cui rimanda, le verità che esprime, l'intensità delle emozioni che suscita, la delicatezza che ispira. Un cromatismo pacifico anche negli accostamenti tra bianco e colore, del resto obbligati nei paesaggi invernali, con un passaggio fra tinte che cerca di evitare il contrasto polarizzato, dove la forma è costruita con una luce tenue ma presente, a volte sfumata, a volte opaca, che non abbaglia ma rischiara, quasi fosse da ricercare e seguire (soluzione significativa anche sul piano spirituale).
La scansione del tempo è cadenzata da silenzi talvolta opprimenti, dalla selvaticità dell'ambiente, dalla severità di volti e atteggiamenti, da un'etica misurata e familiare, senza supporto di ideologie. La tenacia richiesta agli uomini, la durezza del lavoro, la semplicità di vita e degli affetti, le ristrettezze, non sono disvalori ma garanzie di rettitudine.
La ritrattistica di Bruzzi evita nelle figure la drammaticità del pathos mitologico, delle immanenti tensioni sociali, dei gravi interrogativi filosofici, preferisce una scenografia che non si serve di primi piani imposti con violenza allo sguardo del lettore ma di una paesaggistica che accompagna l'irrequietezza del pensiero lungo sentieri alpestri che l'infinito può rendere aspri, desolati e malinconici, benchè sempre suggestivi e struggenti.
La sua montagna è un alias spaziale ideale che resta immune sia da convenzionalismi accademici e dotti artifici pittorici sia da complessi lirismi e allegoriche allusioni. La sua pittura, il cui intento non è quasi mai semplicemente idilliaco, è sempre delicatamente intellettuale, invitando lo spettatore prima alla contemplazione, poi all'introspezione ed infine alla riconquista dell'armonia con la natura e con se stessi.

 

Stefano Bruzzi: la poetica della neve, a cura di Andrea Baboni, Tip.Le.Co., 2011
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Davide - bibliotecario
#argomentodelmese

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