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Sotto le ciglia chissà: i diari

"Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti. Non dimenticare il loro volto, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti". F. De André, Smisurata preghiera

De André un poeta? Dei poeti De André ha certamente condiviso quel tormentato percorso di ricerca interiore -accompagnato nel suo caso ad un raro talento creativo, linguistico e musicale- che da un paio di millenni tenta di tradurre il vero e l'immaginato in un'universale sintesi alternativa. É questa attitudine che gli ha consentito di far convivere nei suoi componimenti molte delle dicotomie della vita presente -il ricordo e il rimpianto, il desiderio e la perdita, la speranza e la disperazione- e di sublimare, in una sua personalissima escatologia, quelle restanti -il dolore e la consolazione, la materia e lo spirito, l'amore e la morte-. Perchè la poesia non è soltanto metrica ordinata, rime incrociate, perfette assonanze, originali accostamenti, felici similitudini, vividi racconti per immagini: la poesia è "altare", così come la definiva Alda Merini. Nascono dall'esistenza per arrivare fino all'anima i sentimenti che "travolti dai fllutti del tempo" spiegano in quale turbine psicologico si dibatta l'uomo: la sua lacerazione, le sue oppressioni, le sue paure, il senso dell'inevitabile, quello della sconfitta, ma anche il bisogno di speranza, grazia e perdono. E in De André tutto questo c'è: è soltanto un'autentica vena poetica che può ingentilire quelle visioni, anche scabrose (l'odio, il delitto, la vendetta, lo sfruttamento, il peccato e il vizio...), davanti alle quali la civile ragione spesso distoglie lo sguardo o, al contrario, lo fissa al solo scopo di giudicare e condannare. Ed è ancora in poesia che De André sa nascondere dietro l' apparenza di semplice canzone un'appassionata ricerca etnografica o la difesa di quei valori etici che spesso passano per sottoculture. É con la rima che sa proteggere dalle strumentalizzazioni sia le valenze sociali del suo messaggio (il diritto alla libertà, l'arroganza del potere, l'indifferenza della società), sia il rifiuto di tante ipocrite ideologie. É la sua poesia che rende la denuncia di tali ingiustizie non grezza o blasfema ma -insieme- sarcastica, fiabesca, precisa, sensibile, commovente.
Se il poeta con la sua arte ha potuto rivendicare la dignità di quel mondo discutibile, sgrammaticato, a brandelli, degli esclusi, degli ultimi e dei diversi, l'autore ha saputo superare, spesso ridicolizzandoli, gli atteggiamenti del dominio in tutte le sue classiche categorie del proposto, prescritto, tollerato, proscritto. Ed è precisamente qui che, anche per mezzo della poesia, De André ha potuto ribaltare tutti i dogmatismi del perbenismo, del conformismo, del bigottismo, della mediocrità degli ideali borghesi o dell'assenza di ideali.
Questo, infine, lo rende poeta: una qualità artistica non ordinaria unita al rigore di una tecnica consolidata, con le quali ha incorniciato dentro "nuvole barocche" tutte quelle struggenti esperienze che da sempre contraddistiguono la persona nelle fatiche della sua quotidiana esistenza. É solo per pura poesia che l'opprimente ed equivoco contesto che ha generato quelle stesse esperienze merita un'altra chance, è la poesia che per le sfortunate "vittime di questo mondo" invoca comprensione ed è ancora in poesia che quel mondo ci chiede di non scomparire sotto il fardello delle sue colpe. Marinella, Bocca di rosa, Via del campo, Sally, Nancy, Suzanne, Barbara, Le passanti, o Geordie, Andrea, Piero, Michè, Tito sono il bisogno del tutto umano che la gente comune ha di riconoscersi o ritrovarsi, di misurarsi o giustificarsi nella storia degli altri. E se De Andrè è poeta, la sua poesia lo ha condotto per mano nella storia, perchè la sua ansia e la sua malinconia oggi sono emozione e memoria.

Sotto le ciglia chissà: i diari. Fabrizio de Andrè, Arnoldo Mondadori 2016
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Davide - bibliotecario
#recensionedelmese

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