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I dieci errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell'uomo che voleva cambiare la storia

"La storia è un insieme di menzogne su cui ci si è messi d’accordo ". Napoleone I Bonaparte

Una tenace resistenza antifatalista, istintiva prima che razionale, un'ostinata determinazione a battersi ancora nonostante le sconfitte. Un'abilità nella tattica militare elevata a mito, una leggendaria capacità di trasformare un punto di debolezza in un punto di forza, con il suo magistrale destreggiarsi in situazioni di inferiorità numerica, quando, con la rapidità della conquista dell'iniziativa sul campo, riusciva ad investire separatamente le diverse componenti della forza nemica ottenendone una situazione di vantaggio. Queste le doti belliche che hanno contraddistinto il Grande Corso, da Primo Console fino a Imperatore dei Francesi.
Fu lui a rivoluzionare, oltre che la storia, anche i ritmi e le quantità della produzione industriale per le corvées del suo esercito, introdusse quel particolare legame di stima con gli ufficiali subalterni tanto da omaggiarli della pregevole sveglietta da campo che oggi è un ricercato pezzo d'antiquariato e per le sue esigenze belliche venne inventato ed applicato su larga scala il sistema di conservazione dei cibi sotto vetro. Fu lui il primo Presidente della Repubblica Italiana preunitaria e fu sempre lui che, novello Giustiniano, volle il codice di diritto civile (l'organica normativa che segnerà l’uguaglianza giuridica dei cittadini di fronte alla legge, sancirà la libertà religiosa, il diritto di proprietà privata e la laicità dello stato, ponendo fine ai retaggi dell'ancién regime, del feudalesimo e dell'assolutismo).
Ma tutto questo, di fronte alla statuarietà dell'immagine storica di Napoleone, rischia di rimanere secondario. Il suo imperialismo fu prima di tutto un catalizzatore di identità: o pro o contro di lui. La grandeur del condottiero Napoleone va ben oltre la comprensione dei contemporanei, si può misurare solo in termini continentali. Per la stessa ragione, anche la letteratura ne ha sospeso il giudizio, perchè qualsiasi giudizio su Napoleone potrebbe ricorrere soltanto a due inconciliabili registri: quello dell'ordinarietà e quello dell'unicità.
Eppure, rispetto all'orizzonte storico-strategico dell'epoca, l'uomo che per primo nell'evo moderno aveva avuto a disposizione la più grande potenza militare mai vista in Europa, difettava di quella prospezione politologica che gli avrebbe permesso di comprendere le dinamiche sovranazionali e la complessità di quei sistemi sotterranei che sostengono i rapporti di forza tra gli Stati. Per queste cause, complice la sua indomabile ambizione, si sarebbe lasciato irretire da una visione geopolitica velleitaria ed utopistica che lo avrebbe portato a gravi errori di valutazione riguardo a navigati statisti, come Metternich, ad una gratuita fiducia in alcuni dei suoi comandanti, come Bernadotte, ad indisponenti forzature di giudizio, come sul Duca di Enghien, e ad una pericolosa difficoltà di cogliere chiaramente in quale infido sistema di alleanze nel tempo si era venuto a trovare, a cominciare da quella con la Prussia. Il suo dispotismo lo esponeva ad un temibile handicap psicologico che gli vietava di avvicinarsi a quei sentimenti che nascono, anche tra genti e classi diverse, quando i nazionalismi soffiano sul sacro fuoco domestico dei popoli, invocando, di fronte al comune nemico invasore, l'unità patriottica, la difesa legittimista e il senso religioso.  Sarà per queste ragioni che nella Campagna di Russia, mancato l'obiettivo strategico, Napoleone non riuscirà a gestire la sconfitta, impegnandosi nell'impresa disperata di far credere allo Zar di poter di proseguire la guerra per anni, come invece stava accadendo contro di lui ad opera dell'Inghilterra.
Come Napoleone avrebbe ancora potuto, dopo l'errore della ripresa della guerra contro l’Inghilterra nel 1804 e prima della battaglia di Waterloo -che metterà la parola fine alla sua epopea- raddrizzare il corso degli eventi, riportando la sua avventura umana e militare su una via più sicura? Quando avrebbe ancora potuto impostare quegli accomodamenti che avrebbero forse potuto tener indenne la storia di Francia da quegli ulteriori sconvolgimenti che la stessa conoscerà di lì a poco attraverso la Restaurazione di Luigi XVIII, i 100 Giorni, la Seconda Restaurazione, la Monarchia di Luglio, la Seconda Repubblica, il Secondo Impero di Napoleone III e infine la Terza Repubblica al tempo della Comune di Parigi e della sua sanguinosa repressione?
A Mosca, probabilmente, in quei trentacinque giorni che vanamente trascorse al Cremlino, sperando che Alessandro venisse a trattative cedendo di fronte ad un bluff. Il 23 Giugno 1812 Napoleone invadeva la Russia. L'esercito di oltre mezzo milione di uomini che traversò il Niemen al comando dell'Imperatore tornerà a casa decimato: Napoleone lascerà sul campo anche decine di migliaia di Italiani, caduti per la sua causa. La ritirata di Russia, comandata dal Re di Napoli, sarà rovinosa. Ma lasciamo parlare direttamente Napoleone: "Io non intendevo conquistare nulla: a me bastavano la gloria di aver agito con rettitudine e la benedizione dell'avvenire. Chi avrebbe potuto pensare che proprio lì avrei fallito e sarei andato incontro alla mia rovina?".

I dieci errori di Napoleone. Sconfitte, cadute e illusioni dell'uomo che voleva cambiare la storia. Di Sergio Valzania, Mondadori 2016
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Davide - bibliotecario
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