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Infinito

Ma, sempre che esista, che cos'è l'infinito?

Ma, sempre che esista, che cos'è l'infinito?
Percezione, frutto del percorso intuizione/concetto/idea? Implicazione, teorema, o ipotesi epistemologica ? Paradigma dell'inconoscibile? Oppure, invece, realtà necessaria, materia, oggetto sensibile? Oppure, all'opposto, punto di vista, proposizione soggettiva? E quindi, infine, inutile preoccupazione, suggestione, mito, millanteria?
Nell'elogio funebre declamato nel 1704 in morte del marchese de L'Hopital, Bernard le Bovier de Fontenelle potrà dire che se per Galileo è l'immenso oceano degli indivisibili, dopo la dipartita dell'autore dell' Analyse des infiniment petits, del teorico, cioè, sulla scorta del grande Leibniz e dei fratelli Bernoulli, della nuova analisi infinitesimale, l'infinito è un insieme di grandezze incomparabili che non trovano mai termine e "che si elevano geometricamente per formare l'edificio più ardito e stupefacente che lo spirito umano abbia mai osato immaginare". Per tutto il corso del pensiero occidentale la speculazione filosofica - la teoria delle idee che intende spiegare la natura degli enti e financo della verità - l'apeiron, l'illimitato principio/elemento creativo primordiale, è stato l'oggetto di indagine in assoluto più investigato della storia della conoscenza umana. E in questa "caccia" alla comprensione dell'estremamente sfuggente concetto, matematica e filosofia si sono sempre attratte magneticamente fin dall'antichità. Ecco allora, a cominciare da Anassimandro, che l'infinito prende forma di polvere sottile che viene plasmata dal "grande Vasaio" dell'Universo; che Aristotele lo accosta al divino ma, memore delle aporie di Zenone, avverte quella insuperabile difficoltà che lo stesso pensiero suscita, e come pure insegna Euclide, lo disegna come esistente in potenza sebbene non in atto. E questa distinzione sarà ripetuta per secoli da matematici e filosofi: "è continuo ciò che è divisibile all'infinito". Ecco allora che per Platone la trascendenza di questa idea si riflette in quella di iperuranio, e che per Leibniz, con un salto di migliaia di anni, la stessa conduce a contraddizioni inesplicabili, tanto che Cartesio rifiuta di discuterne. E se per Hilbert l'infinita divisibilità del continuo/infinito è "operazione che esiste solo nel pensiero", per Newton, l'infinito è addirittura "una sinfonia". Non stupisce quindi che Bruno e Keplero, così come anche Spinoza, non possano riservare questo concetto che a Dio.

"Infinito" di Umberto Bottazzini, Il Mulino, 2018.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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