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Abitare illegale

Etnografia del vivere ai margini in Occidente

Abitare, habitat, abito, abitudine rimandano al concetto di avere in via continuativa. C'è stato un tempo in cui abitare significava avere parte stabile in un'economia morale locale. Era l'esistere insieme, il riconoscersi in principi comuni di esperienza e di punti di riferimento, l'identificarsi in un rapporto culturale di condivisione di un processo storico-sociale di reciprocità tra identità e luoghi. Poi, la modernità, con tuttti i suoi corollari: la regolamentazione normativa, le prescrizioni urbanistiche, la prassi amministrativa, l'imposizione tributaria... In una sorta di "eterotopia" idealistica rispetto ai canoni occidentali della convivenza, alcune realtà "alternative" (gruppi etnici, migranti, nomadi, centri sociali, occupanti a vario titolo, nuclei di sfrattati, comunità autogestite) rifiutano, ciascuna con il suo stile, di assoggettarsi ad un'omologazione monopolistica che ha snaturato il diritto di abitare, degradandolo da primaria libertà a concessione subordinata alla discrezionalità del "sistema". Ecco l'illegalità dell'abitare. Sulla Terra ci sono diciannove megalopoli di oltre dieci milioni di abitanti, altre ventidue ospitano fino a dieci milioni di persone, trecentosettanta metropoli racchiudono fino a cinque milioni di abitanti, altri quattrocentotrentatre centri urbani contano fino a un milione di esseri umani. Senza una visione un po' più "globale" del problema di "abitare" questo nostro vecchio pianeta, un rischio di marginalità altrettanto globale potrebbe riguardare tutti da vicino: un futuro con sette miliardi di senza fissa dimora?

"Abitare illegale: etnografia del vivere ai margini in Occidente" di Andrea Staid, Milieu Edizioni, 2017.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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