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Contro il lavoro

A che serve, oggi, lavorare? Ha ancora senso, nell'epoca del consumismo più spudoratamente individualista, sprecare un terzo della propria esistenza in un'attività che non sembra un'immediata espressione del principio di libertà personale bensì un pratico esempio di ritorsione da parte del potere?

A che serve, oggi, lavorare? Ha ancora senso, nell'epoca del consumismo più spudoratamente individualista, sprecare un terzo della propria esistenza in un'attività che non sembra un'immediata espressione del principio di libertà personale bensì un pratico esempio di ritorsione da parte del potere? C'è ancora un equo valore di scambio nella cessione delle proprie energie psico-fisiche contro un corrispettivo generalmente congelato in un salario fisso? È giusto che questo corrispettivo debba essere immediatamente riversato in quel circolo vizioso economico-monetario che alimenta un meccanismo appositamente creato per continuare ad indurre bisogni fittizi? Può ritenersi etico clonare il lavoratore in una macchina che trasforma il lavoro in denaro? Che valenza attribuire a quei falsi miti economici secondo i quali il progresso tecnologico avrebbe dovuto necessariamente generare emancipazione, produttività e benessere? Forse quei profetici economisti classici di 140 anni fa non hanno insistito a sufficienza circa la maggiore efficienza economica delle dittature rispetto a quella della democrazia, lo sfruttamento commerciale del lavoro, la dipendenza del proletariato, l'aggressività del capitale e l'ostilità della logica del profitto? E come giudicare le due attualmente più diffuse manipolazioni culturali: una, per cui non è più possibile nessuna fuga dal consumismo, nessuna marcia indietro dal "progresso", nessuna "decrescita felice ", nessuna rinuncia al comfort e alle comodità; e, l'altra, per cui per emanciparsi è necessario svilupparsi esattamente come in Occidente senza consentire invece che ogni popolo scelga la propria via?
Se il lavoro è un valore, oggi si è giunti a sublimare nell'idea di valore anche lo stesso processo di produzione-consumo: lavorare per produrre e produrre per consumare. È così che il lavoro è diventato un modello sociologico che giustifica una società dove non sopravvive che il consumo. La storia ha però dimostrato che ogni grande evoluzione tecnologica porta con sé, da una parte, un calo dei posti di lavoro e una pauperizzazione del lavoratore, e dall'altra, la concentrazione delle risorse finalizzata alla prosperità delle oligarchie finanziarie: il tutto accompagnato da un proporzionale aumento della stratificazione classista e di asservimento delle masse a gruppi di controllo e potere fortemente orientati alla repressione di chi osi contestare questo meccanismo. Senza parlare di quei deleteri accessori collegati al "must" del progresso: compromissione dell'ambiente, inquinamento, carestie, migrazioni, nuove povertà e malattie.
Si potrà guarirne? Sì, ma la ricetta è drastica. Primo: non spaventarsi. Secondo: demolire tutte le ideologie. Terzo: smettere di produrre per consumare. Quarto: bandire il lavoro come imposizione o come sfruttamento di qualcuno o qualcosa. Quinto: permettere che la natura ritorni padrona del mondo. E non sarà un modo di fare rivoluzioni, ma di sopravvivere.

 

Contro il lavoro, Philippe Godard, Eleuthera 2011

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Davide - bibliotecario
#argomentodelmese

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