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Psicoterapia di Dio

"Psicoterapia di Dio" suscita una domanda: la rappresentazione di Dio, ancora allo stadio di idea, può diventare azione neurologica?

Boris Cyrulnik, nel 2010, in una pausa tra le guerre che hanno insanguinato la regione, ha lavorato in Congo per una delle missioni Unicef. Là ha potuto incontrare bambini-soldato dodicenni, all'apparenza già vecchi. Uno di questi, con una pratica di vita da soldato ma con una visione del mondo da bambino, gli chiedeva perché soltanto in chiesa vedesse immagini belle, mentre, altrove, altre spaventose lo atterrivano continuamente. Cyrulnik riconosce di non avere una risposta, deludendo il bambino-soldato. "Psicoterapia di Dio" potrebbe essere il suo tentativo di dare assistenza a quell’animo devastato. Ma è anche tentativo che suscita una domanda: la rappresentazione di Dio, ancora allo stadio di idea, può diventare azione neurologica? L'autore offre una spiegazione di tipo marcatamente induttivo. L'idea che ci si fa di Dio è implicazione diretta della "teoria dell’ attaccamento": è cioè modellata secondo lo sviluppo dell'attaccamento parentale. Ne consegue che una relazione genitoriale che avrà saputo trasmettere stabilità, affidabilità e sicurezza comporterà fiducia nell’intervento divino mentre un attaccamento genitoriale sfaldato, discontinuo, dispotico o servile, comporterà timore di Dio, distacco e proteste per le di lui "ingiustizie". Alla fine di questa ricerca fondata su alcune delle classiche teorie freudiane prima, e su quelle deterministiche di J.Bowlby poi, c’è però un Dio psicoterapeuta che ci cura e ci riporta verso la trascendenza. Necessariamente, il rigore scientifico non è la principale prospettiva del libro. Ciò che infatti evidenzia il rapporto tra religione ed essere e tra religiosità e modo d'essere è una realtà molto più complessa, un universo ontologico che l'esplorazione dell'autore, specialmente per gli aspetti più segnatamente teologici, non può esaurire categoricamente. Cyrulnik, poi, pur avendo scritto una ventina di libri, non è per forza di cose un narratore sciolto: quanto alla forma, il suo esporre risente di un periodare sincopato, spesso eccessivamente breve e, ciò nonostante, complesso, a volte costruito su successivi concetti avversativi, vacillando continuamente tra libera esposizione e tecnicismo. Quanto alla sintassi dello scrivere, questo autore si serve di una linea espositiva che può sembrare disunitaria, quasi priva, in certi passi, della necessaria consapevolezza organizzativa. In più nel libro non è facilmente recuperabile quella convincente finezza di giudizio che soddisfi l'esito della lettura: l'esposizione della sua teoria, infatti, lungi dall'essere sistematica, non presenta riferimenti a riscontro, se si eccettuano citazioni a piè di pagina che il lettore comune non può normalmente approfondire. In sostanza, quanto Cyrulnik scrive dà l'impressione di essere più il riflesso di una storia personale che il prodotto di ricerche replicabili. Ciò che in sostanza si potrebbe sostenere è che detto autore sembra trattare, da neuropsichiatra, di teologia, e, da credente, di neuropsichiatria come di "etologia umana". Tuttavia, un merito almeno quest'opera sicuramente ce l'ha: la costituzione di un approccio veramente "ecumenico" al "problema" di Dio. Credenti, non credenti, religiosi, laici, atei, agnostici, apostati, convertiti, asceti, mistici ed estatici: tutti siamo interessati a come l'idea di Dio possa tradursi in pulsioni emotive, in comportamenti relazionali, in azioni socialmente rilevanti.

"Psicoterapia di Dio" di Boris Cyrulnik, Bollati Boringhieri, 2018.
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Davide - bibliotecario
#consiglidilettura

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