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Una donna in controluce

Raccontare Vivian Maier significa raccontare una vita invisibile, cancellata. La vita di una bambinaia. Ma quella bambinaia era una fotografa di genio destinata a diventare una leggenda. Raccontare Vivian Maier vuol dire immaginare un'americana di origini francesi che ispeziona infaticabile le vie, gli angoli delle città in cui vive, rubandone fotogrammi con una Rolleiflex da cui non si separa mai. Significa cercare di ricostruire i frammenti di una biografia in cui lei, Vivian, sfugge, sfuma sempre in un fuori fuoco, una dissolvenza impossibile da afferrare, in cui si perde anche il suo nome. Vivian o Viviane?

Mostrare, ricordare. Catturare l'istante e dargli vita per sempre. Fotografare non è da tutti: ci vogliono occhio instancabile, sensibilità, intelligenza, temerarietà, empatia, precisione, ironia. E una maestria compositiva nell'attenzione al contesto che in Vivian Maier rasentava il genio. Operai, disoccupati, senzatetto, ubriaconi, anziani, bambini, strilloni, ragazzi di strada; e poi storpi, sciancati, disperati, dimenticati, affranti: tutte le miserie della street-photography hanno trovato rifugio nel suo obiettivo: una messa a fuoco di solitudini, diluizioni identitarie, ambivalenze, enigmi di un eterno tentativo di salvare qualcosa di tutte queste schegge di umili esistenze. Vivian Maier assomiglia ad ognuno dei suoi soggetti, in una specie di persistenza retinica senza pathos né pietà, senza sentimentalismo né voyeurismo, senza distacco e senza simbiosi. Solo urgenza creativa, tensione che crea e rende vivi, sguardo sulla realtà del divenire che, all'improvviso si blocca. Oltre, c'è il mondo: campo e fuori campo. Sarà chi guarda queste istantanee, sublimate nell'immanenza del bianco e nero, a decidere se far rivivere una storia intuita nell'attimo infinitesimo di uno scatto.

 

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Una donna in controluce di Gaëlle Josse, Biografie Solferino 2020
Foto: Solferino Libri